
Aspettai in riva al mare che il temporale si placasse, immergendo di tanto in tanto il piede nell’acqua gelida. A lungo sperai che le onde smettessero di strepitare, giungendo infine, ammansite, ad accarezzare le mie membra rattrappite dal lungo dolore.
Per secoli avevo vagato, peregrinando per terre arse dal sole, boschi oscuri ritagliati come origami da lame sfolgoranti, valli screziate e montagne scarnificate dal vento e dal chiarore.
Ebbi in sorte la fortuna di sostare nelle case di contadini ricchi solo della propria miseria, di dialogare nei palazzi di agiati mercanti e di passeggiare nelle residenze di potenti re.
Conobbi altresì la ventura di saziare le voglie del palato con vino buono e cacciagione dal cuore ancora caldo, e di nutrire il desiderio col calore di donne soavi come petali di primavera, lisce come seta di damasco, profumate come il fieno d’agosto. Di tutto ciò, e di molto altro ancora, si arricchì la mia lunga vita, affidata incessantemente a un’insaziabile frenesia.
Ma ora ero lì, spossato dalle capricciose contingenze, solo, nudo e assetato, ad affrontare la fine di quel lungo vagare.
Mentre l’aerosol d’acqua e sale continuava a bagnarmi le gote lattescenti, attonito e scoraggiato volsi lo sguardo indietro, osservando il vento che scuoteva vigorosamente gli alberi: denudati delle loro vesti, apparivano come orribili e tetri scheletri disseccati. Rigirai lo sguardo intorno in cerca di conforto, ma il Drago, che intanto funestava indisturbato la scogliera, costrinse il mio capo a rivolgersi in avanti.
Col cuore tremante e le viscere trafitte dal terrore, mi incamminai con cautela lungo la spiaggia nera, attento a non cadere nelle buche infuocate e a non calpestare le spine aguzze che spuntavano da ogni dove. Col fiato corto giunsi fino all’estremo ciglio dell’arenile e poi, senza alcun dubbio, mi tuffai deciso tra le braccia tese del mare.
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