Ho sempre creduto nell’esistenza della Befana; a quella di Babbo Natale, no. Ai miei tempi, intendo quelli della mia infanzia, il Natale si rifletteva nel mistero del presepe: una costruzione di cartone e carta, colorata di marrone e verde e ricoperta di muschio e legnetti, a formare montagne e grotte. C’era la bottega del macellaio, quella del calzolaio, del panettiere, del fabbro: sulla montagna e lungo il sentiero che scendeva fin giù, una folla di artigiani, pastori, portatrici d’acqua e pecore.
La grotta della Sacra Famiglia era la più nascosta e profonda del presepe, tanto che per intravederla dovevo faticare non poco. Il nonno la celava non solo collocandola in un angolo, ma anche chiudendola parzialmente con una lanugine trasparente che discendeva dall’alto. La mangiatoia, poi, era sistemata obliquamente rispetto all’ingresso della grotta, rendendo la scena ancora più segreta. Poche lucine illuminavano con discrezione quel piccolo ambiente, in un gioco di delicati chiaroscuri.
Ecco allora apparire Giuseppe, Maria, il bambino nella mangiatoia riscaldato dal bue e dall’asinello, gli zampognari, i Re Magi con i doni e, sopra la grotta, in alto, un angelo glorificante.
Restavo ore a guardare il presepe del nonno. Lo percorrevo in lungo e in largo alla ricerca di particolari nascosti; mi soffermavo sul pastore Benino e sulle sue pecore, su personaggi curiosi e anfratti sconosciuti, immergendomi in una strana sensazione di mistero e di calda speranza.
E la Befana era lì, nel presepe, e non perché vi fosse rappresentata. Era una presenza percepita: un’aspettativa, un’attesa. Il mio cuore, in quelle sere, veniva rapito da una magia sacra, quella di un bambino speciale e delle sue promesse. La Befana incarnava ciò che quel piccolo ancora non poteva fare: giungere fino ai piedi del mio letto per rendermi partecipe dei suoi doni, nel silenzio profumato di una notte senza tempo. Il calzino riempito di biscotti e caramelle era solo il segno del suo passaggio.
Babbo Natale, in tutto ciò, non c’era e non poteva esserci. I colori scintillanti, freddi e contrastati, poco avevano a che vedere con i toni tenui e rassicuranti di quella magia, tenera come un abbraccio caldo intorno al fuoco. La speranza di un regalo permeato d’atmosfera non s’incrociava con quello roboante e chiassoso; e allora il calzino ai piedi del letto acquisiva una coscienza speciale, un’emozione privata, fatta di odori e sapori antichi come l’uomo stesso. E con gli anni, quell’emozione ha continuato a tornare.
Mia mamma lo sa: per tutta la vita non ha mai smesso di sistemare il suo calzino accanto al cuscino. Un semplice gesto per connettersi, in un istante, all’infanzia.
Al nonno che costruiva ogni Natale il suo presepe con la carta oleata di macelleria.
Alle luci tenui che illuminavano con grazia la sala da pranzo e il grande tavolo imbandito.
All’albero di Natale sistemato sopra il frigorifero, con le catene di luci fiaccamente colorate e le palle di vetro.
E poi lui: il presepe. Incastrato come un gioiello prezioso all’interno del ripiano del grande mobile del salone, a raccontare una storia che diventava, nello stesso istante, passato, presente e futuro.
L’odore di quella storia usciva dalla finestra e dalla porta, scendeva per strada, nei vicoli pieni di gente, nelle botteghe dei pescivendoli che profumavano di mare, nei negozi di frutta secca, di carbone, di giocattoli di legno rosso. Poi rientrava in casa, arricchito di un sapore nuovo, denso, prezioso.
Chiunque sia riuscito ad avvertire, anche solo per una notte, il profumo della notte della Befana non l’ha mai dimenticato. Ed è proprio in quella notte che il miracolo, ogni anno, si ripete.
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